BoH

E’ una mattinata grigia,  il cielo è coperto di nuvole, sembra che stia per piovere, non scorgi il sole nemmeno se spostassi una di quelle pecorelle nel cielo. Sparito chissà dove. Sarà a spassarsela da qualche parte. Il mio umore vorrebbe spassarsela allo stesso modo invece è grigio come i nuvoloni e aggrovigliato come la vite. Non è un periodo semplice, ci sono momenti in cui sparirei dalla terra e vorrei non essere mai più ritrovata.  Ci sono momenti in cui non tollero più nemmeno me stessa. Sento addosso molte responsabilità e anche tanto male. Ma quelli sono i lividi dentro, quelli che non puoi disinfettare, anzi, si dilatano, si espandano, invadono testa, cuore, gambe, pancia.

Convivo con la perenne idea di essere un disastro, di complicare sempre tutto. Di sbagliare ogni mossa. E scappo, parto, dormo in stanze di hotel che sono un surrogato di casa, quella casa che non ho, e penso e piango. Ma scappo da me stessa. Solo che mi ritrovo sempre. Davanti a uno specchio con la consapevolezza di non amarmi abbastanza.
Quello che voglio non esiste. Non c’è. Sono mosaici di carta di giornale, incollati grossolanamente, si sciolgono ad ogni goccia d’acqua, ti rimane niente. Ho un aereo tra poche settimane, non ho neppure voglia di partire in questo momento. Proprio non mi va. Non l’ho neppure detto a casa che partirò. Potrei pure fare un colpo di testa e non salire affatto su quell’aereo. Ho già un hotel prenotato e pagato, ma sinceramente  non me ne frega niente. Milano, le luci di Natale,un copione che conosco fin troppo bene. Stufa.

Fin troppo.

 

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collision

Uscita quasi incolume da una settimana di blackout in cui ho deciso di tagliarmi fuori dal mondo e far perdere le tracce di me, adesso è tempo di rimboccarsi le maniche che in questi giorni c’è molto da fare. Sarà un periodo intenso, tra saggi da preparare, conti da sanare entro l’anno, responsabilità su responsabilità e pensieri vari. Ma stasera no. Stasera ho chiuso tutto fuori dalla porta e ho messo su sì”simulation theory” dei muse. Bellamy al pianoforte è una di quelle poche cose che mi riconcilia col mondo, The Void in versione acustica ha al’interno qualcosa che mi ricorda i notturni di Chopin, crepuscolo e malinconia. E’ un po’ come mi sento io in sti giorni, che non sono né carne né pesce. Ho trascorso il weekend in compagnia di una coppia di amici, è stata una ventata di vita anche se contemporaneamente ho avuto una paura tremenda. Ho attraversato in pieno la tempesta mentre mi addentravo nell’entroterra, fiumi di fango ovunque, è stato terribile, il solo pensiero mi provoca agitazione, mi sono sentita in pericolo. Ovviamente questi due giorni non sono serviti a molto, avrei dovuto staccare la spina invece non ho fatto altro che pensare sempre alla stessa cosa. Ci sono stati degli atteggiamenti che mi hanno fatto pensare e allontanare. Ho passato l’intera settimana a torturarmi la mente, ma tanto lui mi sta addosso, è una specie di seconda pelle, è come il petrolio che fuoriesce dalle navi che ti permea la superficie della pelle e non te lo levi più.

“Floozy
You got me trapped in your dark fantasy world
Don’t you know you make me woozy?
You have me wrapped around your little finger
Baby, don’t you know you can’t lose?
You make me offers that I can’t refuse
You keep telling pretty lies
You toy with the truth

questa è una storia maledetta, che fa acqua da tutte le parti, ogni tanto dobbiamo annientarci a vicenda, ci siamo uccisi e rigenerati anche oggi, e ieri. Scintille. Bugie e voglia siderale. La solita bilancia.

Tra qualche settimana sarò a Mi, non gliel’ ho neppure detto, forse ho fatto una grande cazzata, come sempre, ma a volte penso che sia l’unica cazzata che abbia un senso.
E’ assenzio.

Credo che in questo periodo abbia qualcosa di molto grande da farsi perdonare.

“Oh, you’re killing me with your…”

chissà che succederà, con me sempre in fuga, mai in pace, sempre incompleta.

collision.

help.

 

 

 

 

ricominciare a fluire

Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere
Dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
E avere la pazienza delle onde di andare e venire
Ricominciare a fluire
scorre la vita, scorre, lenta, veloce, a volte è un déjavu, poi sembra fermarsi, cristallizzarsi e poi ancora esplodi in boati fortissimi.
cado un po’ come le foglie, cercando di rimanere appesa a qualche ramo.
il mese di settembre mi ha fatto toccare vette altissime, lì sospesa nel vento,  e in quell’attimo sembrava quasi di volare così immersi nel vuoto, ma lentamente poi ti ritrovi a scivolare sul pavimento battuto dalla pioggia. Settembre, il pancione della tua migliore amica che sta per dare al mondo la vita, e lo senti scalciare e credi ancora che qualcosa si salvi. settembre e la scuola che ricomincia, il contratto che aspettavi da una vita, quello che ti fa sentire al “sicuro”, settembre e un altro ospedale, cominciare la cura, attendere il responso, capire se dovrò operarmi.
E poi c’è settembre un aereo, il giorno dell’uragano Medicane, il primo del mediterraneo, devastante. Ma io l’uragano lo avevo dentro, in circolo, era il tempo che mi separava dalla mia meta. Un hotel, un’improvvisata, un caffè in un bar di corso Buenos Aires. Lui su quella sedia, non a suo agio, che si guarda intorno sospetto, lui bello come sempre per me. Una passeggiata, due chiacchiere in auto. Sguardi, alito, passanti. Un tizio che ascolta la musica proprio dietro di noi.
Confessioni, cambiamenti, stupore. Ha cambiato lavoro. Non lo sapevo neppure.
E poi la sera, la macchina che ti aspetta, ancora chiacchiere. “Ho fame, andiamo a mangiare”. un locale chic, di fronte una Chiesa che sa di Lourdes. ” Signora si accomodi, le metto un po’ di pelo sulla sedia”.
Un cameriere che si prende cura di noi, ci versa del vino, del buon vino, la prima bottiglia se ne va senza tanti complimenti, guardarsi, parlare, di tutto. come mai prima d’ora. Ariosto, Remarque, Tasso, “niente di nuovo sul fronte occidentale”. Niente di nuovo  davanti a me, infatti ho sempre lo stesso bugiardo. Mi guarda e intanto penso a tutte le sue ex o attuali, mi passa davanti il viso ognuna di loro, ma quelle braccia, quel naso, poi mi fanno dimenticare tutto. Lo stinco, la sazietà. Di cibo non di corpi.. Ridere e fingere di essere una coppia, come crede il gestore il locale. Fingere. Io e te fingiamo sempre. Che vada tutto bene, di stare assieme, di essere liberi. Non fingiamo di essere attratti però, lo siamo. Macchina, un parcheggio, io avvolta attorno al suo braccio come fossi un koala come sempre. Lui attaccato al mio collo, come sempre. Fingere che domani saremo ancora complici. Invece domani io e te non ci sentiremo più per settimane, mesi.
Stare bene una volta ogni tre mesi.  riempire la solitudine coi suoi occhi. annegare poi nella vita reale. SETTIMANE. che passano. Lontani, distanti vicini. E intanto tornano gli spettri del passato. I demoni come li chiami tu. E io tremo. E’il mio incubo da un anno. Dovrò riaffrontarli. Ma questa volta sono preparata.

ricominciare a fluire. Da una menzogna.

Settembre

Terminate le vacanze e salutato Nullatown si torna alla vita di tutti i giorni. Rientrata in città, mi aspettano i vecchi casini e i vecchi impegni, primo tra tutti la scuola. Domani inizierà il nuovo anno scolastico, il quarto in questo istituto che è diventato il mio piccolo mondo felice, una specie di microcosmo. Non so perché ma lì dentro tutto mi sembra risolvibile. E’ il mondo fuori a preoccuparmi. Rivedrò i miei bambini, rivedrò i genitori più o meno simpatici, ci saranno dei nuovi iscritti, e ci sarò ancora io. La nostra preside per fortuna è stata confermata e questo mi da’ sollievo per un po’. L’anno scorso ho cominciato il ciclo scolastico in lacrime, totalmente devastata per la fine della storia con Gin. Questa volta invece nessuna tristezza, forse solo rabbia. Il mio problema per ora non è lui, per ora devo pensare alla mia salute, ho delle cose da sistemare, da approfondire. Stamattina sono stata in ospedale, mi hanno detto che devo seguire una terapia proprio lì in struttura, esattamente nel padiglione di fronte a quello in cui ho visto spegnersi mio zio e che conosco a memoria. Ho i brividi. La dottoressa mi ha pure prospettato la possibilità di un intervento e io al solo pensiero me la faccio sotto. Una cosa invasiva, brutta. Intanto mi devo sottoporre ad altre visite e quindi vadano a quel paese tutti gli uomini della mia vita. Non posso permettermi di ammalarmi.  Stato emotivo oggi? sotto zero. Pensare di dover tornare in ospedale due volte a settimana per un mese, pensare di sottopormi ad altri esami e ai possibili esiti mi fa stare male. Devo essere positiva comunque. Mio papà me lo diceva sempre quando avevo la febbre: daiiii che vuoi che sia….!
Sdrammatizzava. Lo ha fatto perfino su stesso poco prima che morisse. Io devo rubare un po’ della sua forza adesso. Sorrido ma ho paura. Diciamolo.
Anche la migliore delle guerriere prima o poi incontra un mostro sul suo percorso.
E niente…. sarà un settembre complicato.
intanto continuerò a rispondere ” sto bene”  a chiunque me lo chiedesse.

 

01,24

Rientrata in città da poche ore dopo una settimana a Nullatown. Terapeutica. Silenzio, solo le cicale e gli ulivi. La montagna, il vento tra i rovi. Quel posto ultimamente mi ha donato nuova linfa, mi ha rasserenato, sarà il grande ulivo davanti casa con le sue radici enormi. Chissà da quanti anni resiste alle intemperie, eppure è così bello, così vigoroso e pieno di vita. Mi ispiro un po’ a lui. Ho guardato tramonti tuffarsi nel mare, ho visto aerei alzarsi in volo e perdersi tra le nuvole ho visto le stelle e gli animali, tanti, stranissimi. Sto arricchendo la mia collezione di insetti spaziali mai visti. Reset. Sono stati giorni tranquilli e forse non li vivevo da un po’. Ieri ero un po’ irrequieta, ci sono giorni in cui penso di più,  e infatti ieri sera mi ha scritto Gin. Abbiamo parlato fino all’una di notte, anche oltre… Era rientrato a casa da poco, passerà l’estate a Milano. Niente ferie quest’anno. Che beffa eh? L’anno scorso in cui c’ero io, quasi un mese al mare, poi le litigate, poi la rottura. E tutto il resto è storia. Invece ieri sera risate, battute, toni distesi, stessa elettricità nell’aria. Ha cominciato a tirare fuori una serie di episodi che abbiamo vissuto assieme. Uscite, dettagli. Ricordava tutto. Tutto. Mesi, luoghi, ore, abiti, parole. “Belli questi ricordi” mi ha detto. Già… Belli talmente belli che io dopo di lui non riesco più a innamorarmi di nessun’altro. Belli si. Quando il tempo scorreva troppo velocemente, quando il cuore batteva a mille, quando mi poggiava il viso tra i capelli e mi guardava. Cazzo, io quegli occhi non li so dimenticare.  La voce mi fa ancora tremare. Ieri sera mi parlava e mi sembrava musica, mi sembrava il suono più bello del mondo. Chiamatemi scema, ma il mondo si è fermato quel 30 agosto 2017. Quando era mio e io gli ho detto addio. Che poi non è mai stato addio. Tanto lo so. Lo so che se fossi lì adesso saremmo seduti ad un tavolo a tenerci la mano e a guardarci tipo due idioti. Ma lui dice che il cuore non c’entra. “Voglio vederti felice”. Ma quanto mi costa saperti felice, nel mondo con un’altra? Mi costa tutta me stessa forse. E quel tacito accordo “non mischiamoci il cuore ma strappiamoci la pelle”. Fino all’ultimo morso. Fino al dna, fino all’ultima particella di profumo di buono che ti porti addosso. Io ho sempre voluto Gin. Sempre. Non so se lo ha mai capito. Ma io mi farei l’Italia a piedi se sapessi che sta male. Lui è una maledizione. Non te lo levi più dalla testa, come quelle canzoni che ti tormentano notte e giorno. Brucia dentro, brucia tutto. Vorrei prenderlo a pugni sul petto per scaricare la rabbia e poi so che mi ci addormenterei sopra aggrappata come un orsetto.  Maledetta distanza.

Maledetto te. Ti voglio e non te lo posso neppure dire.

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fuoriposto

È che io oggi potrei sentirmi quasi bella. Pelle dorata, capelli ricci schiariti dal sole, viso disteso. E invece continuo a pensare di essere fuoriposto. Sono qui ma vorrei essere altrove e altrove non è mai comunque un poster felice. Non lo so perché ovunque non sia il posto giusto. Guardo gli aerei volare dalla terrazza di casa e penso che ne prenderei uno qualunque. Fuggire. Dove poi? Tanto l’unico posto nel mondo in cui vorrei essere è davanti a lui. Poterlo guardare, senza dire una parola, senza sfiorarlo. Guardarlo e perdermi. Non lo vedo da quasi 4 mesi. Sto impazzendo. Occhi dentro occhi. Mi cibo di questo ultimamente. È come se avessi bisogno di lui per ricaricare le pile… bastardo. È una magia, di quelle negative però. È come se io non sappia guarire. Non so perché l’unica medicina è il mio stesso veleno. Mi manca la sua voce. Mi manca il modo in cui scherziamo. Mi manca tutto questo oggi. Ma lui dov’è? Con chi è?

Che rumore fa la felicità?

non lo so. Ma il rombo del motore di un aereo oggi potrebbe somigliarci molto.

Resina

Ho trascorso qualche giorno di vacanza in Calabria, in un piccolo paesino disperso tra i campi, lontano dalla civiltà. Ho subito una volontaria e bucolica regressione. Campi, pecore, galline, campi, pecore galline. E’ stato rigenerante, niente rumori, niente wi fi, niente connessione internet, il telefono che non prende, tagliata fuori da tutto. Stand by. Passavo le mattine al mare coi miei amici tedeschi, al pomeriggio grandi aperitivi con salame e prosecco, di sera ancora vino, cibo e risate. E dormite. tante dormite. Non dormivo così da tempo. Ho proprio goduto. A parte la notte in cui mi sono ritrovata in camera una vespa gigante e uno scarabeo volante e lì ho temuto il peggio. Panico. Ho stordito gli insetti col deodorante (…. scusa wwf) ma alla fine sono usciti fuori. E’ stata una mini vacanza, ma sono stata bene. Mi ricorderò il mare sotto la pioggia, io unica persona in spiaggia a godere di quei momenti di tempesta e i tramonti. Certo mi manca essere svegliata dalle galline di zio Saverino, mi manca pure il saccottino bigusto del barman che ogni mattina mi regalava sorrisoni.  Mi sono nutrita di questo, gente genuina e aria buona. Indietro di 100 anni, quando ancora la civiltà era sana e non rincoglionita dai social. Mi ha fatto bene questa eclissi.  Ho sentito Gin un paio di volte, ma neanche più di tanto. Adesso è di nuovo sparito. Io a dire il vero non lo sto nemmeno più seguendo in sti giorni. Mi sono persa con tutte ste new entry….troppe donne…non riesco a vedere certe scenette. Lui in estate impazzisce, l’ormone non lo controlla più.  Quindi mi faccio i cavoli miei. La novità è che in quei giorni calabresi a me mancava il biologo. Sul serio. Pensa come sto messa. E’ che per quanto strano sia, cmq  mi sta dando serenità per ora e in qualche modo mi fa bene. Non ci siamo ancora rivisti, io domani riparto per nullatown e non so quando ci rivedremo. Però ho voglia di uscirci. Forse quei baci in sti giorni li ho visti sotto un’altra luce. Forse quel giorno piangevo perché ho detto addio a Gin. Non so se sia proprio un addio, ma qualcosa sta cambiando, in me, in lui.  Gin l’ho conosciuto proprio due anni fa. Ad agosto. Non è più andato via dai miei pensieri, mai. Non c’è un solo giorno in cui non mi svegli pensando a lui. Rimane qualcosa di incompleto, bello e proibito. Come quella resina che ti rimane incollata alla dita e non va più via, anche se la togli,  rimane un odore intenso ed è come se fosse sempre lì, sulle dita. Sulle mie dita. No, non gli ho detto addio. Non posso, non voglio. Non so che succederà nei prossimi giorni, ormai mi aspetto di tutto, so solo che le cose stanno prendendo una piega inaspettata.

 

Zanichelli secondo round

È stata una settimana pesante. Sono sparita un po’ da tutto. Avevo bisogno di stare un po’ da sola. Ho consegnato la traduzione, ho dato un altro esame. Ho preso 30. Non mi sono connessa sui social ho pensato a me e a raccogliere le idee. Qualche giorno fa ho rivisto zanichelli. Abbiamo trascorso una giornata al mare insieme fuori città. È stato anche abbastanza piacevole anche se tornava sempre sul discorso scienza ecc ecc… lui è stato molto carino, gentile, ad ogni modo io continuo a essere diffidente come un porcospino. Siamo passato da casa sua e lì, come temevo, ha cercato il contatto fisico. Ci siamo baciati. Ma io non riuscivo neppure a guardarlo negli occhi. Li serravo. Quasi a voler allontanare da me la realtà non riuscivo a sfiorarlo, non riuscivo a sentirmi coinvolta. Mi veniva da piangere. L’ho fatto per capire cosa provassi. Ho capito che chiodo schiaccia chiodo non va. Non funziona. E io sono un disastro perché me ne dovrei stare buona e lontano da tutto. Però qualcosa mi dice ancora di non fidarmi. Infatti oggi abbiamo litigato di brutto. Ieri è sparito di nuovo tutto il giorno. Ho mandato un msg alle 9 del mattino e mi ha risposto alle due di notte. Dicendo che era stata una giornata lunga. Peccato avesse pubblicato selfie su instagram per un giorno intero. Mi sono incazzata. Che se almeno mi devi raccontare le balle, che siano credibili… si è offeso. Non mi ha più risposto o scritto. E allora ci vedo lungo. Ma io non ho tempo per chi non ha tempo per me. Preferisco passare per rompipalle acida che per scema. Boh… i pazzi tutti a me. A proposito di pazzi. Gin sta con una e credo ci stia sotto davvero, esce pure con la comitiva sua, ovviamente non mi stupisco, anzi. Conferma la teoria delle due settimane. 15 giorni e le fa innamorare tutte. Io come sto? A terra, sotto un treno. Ma domani mattina parto. Credo che star via qualche giorno mi farà bene. Ho paura che Gin in vacanza mi tormenti. Perché lui è così. Spero di essere più forte io. Devo farcela.

Secondo giorno a Nullatown. Sono fuori in giardino, davanti a me la montagna, il bosco e una splendida luna, in sottofondo il rumore del mare e del vento, stasera fortissimo. Un po’ in tempesta come il mio umore. “Questo vento agita anche me”. Già, e nemmeno poco. Sto ascoltando gli oasis.

“I’ m tired of talking at my phone, so what’s the matter with you? ”

Stand by me, nobody knows the way it’s gonna be”.

Fosse così anche nella vita. Come nelle canzoni, chiedi di rimanere e rimangono.

È difficile ritrovarsi in questa matassa di pensieri. Tutto quello che so è che qui non si cava un ragno da un buco. O meglio a nullatown di ragni ne trovi anche tanti, brulica…ma poi che te ne fai di un ragno? Io stamattina invece ho rimediato un’altra figuraccia. Appena sveglia sono stata vittima di un altro agguato del vicino gnocco. Un incubo, o un sogno non so. Io per lui sarò stata un incubo. Mi ha beccato appena alzata dal letto, in pantaloncini e maglietta, magliettina, ina, ina. Con una scritta ridicola tra l’altro. Avevo gli occhi cerchiati di blu, i capelli arruffati e l’espressione scema. E lui qui nel terrazzino di casa tutto figo insieme al suo cane. Lo ha portato per farlo conoscere col mio. In realtà l’incontro tra cani è andato pure bene. Si sono annusati, ringhiati ma non azzannato. Direi che è un successo. Io però non posso svegliarmi ogni mattina con questa visione. Con lui che mi parla in milanese mostrando pettorali e tatuaggi. Io al mattino sono sensibile. Comunque è pure intelligente. Ovviamente è impegnato e lei credo mi detesti. Stamattina mi ha detto che mi avrebbe aiutato a gonfiare la piscina che ho comprato. Io non ce la posso fare…

per farla completa zanichelli si è finalmente deciso di invitarmi a uscire di nuovo. Mi ha proposto un’altra colazione. Colazione. Non un aperitivo, una cena, una colazione alle otto del mattino, in vespa. E io posso pure accettare ma se mi parla di mitocondri alle otto io mi addormento sul tavolo. Please, mercy. Ovviamente di Gin nessuna notizia. Mi consola sapere che tolti gli impegni di questa settimana tra 8 giorni andrò in Calabria da amici. Rivedrò le ragazze tedesche. Credo che ci divertiremo. Insomma se questa estate non mi invento qualcosa rischio di annoiarmi un pò.

Chissà chissà chissà

Go let it out…