Settembre

Terminate le vacanze e salutato Nullatown si torna alla vita di tutti i giorni. Rientrata in città, mi aspettano i vecchi casini e i vecchi impegni, primo tra tutti la scuola. Domani inizierà il nuovo anno scolastico, il quarto in questo istituto che è diventato il mio piccolo mondo felice, una specie di microcosmo. Non so perché ma lì dentro tutto mi sembra risolvibile. E’ il mondo fuori a preoccuparmi. Rivedrò i miei bambini, rivedrò i genitori più o meno simpatici, ci saranno dei nuovi iscritti, e ci sarò ancora io. La nostra preside per fortuna è stata confermata e questo mi da’ sollievo per un po’. L’anno scorso ho cominciato il ciclo scolastico in lacrime, totalmente devastata per la fine della storia con Gin. Questa volta invece nessuna tristezza, forse solo rabbia. Il mio problema per ora non è lui, per ora devo pensare alla mia salute, ho delle cose da sistemare, da approfondire. Stamattina sono stata in ospedale, mi hanno detto che devo seguire una terapia proprio lì in struttura, esattamente nel padiglione di fronte a quello in cui ho visto spegnersi mio zio e che conosco a memoria. Ho i brividi. La dottoressa mi ha pure prospettato la possibilità di un intervento e io al solo pensiero me la faccio sotto. Una cosa invasiva, brutta. Intanto mi devo sottoporre ad altre visite e quindi vadano a quel paese tutti gli uomini della mia vita. Non posso permettermi di ammalarmi.  Stato emotivo oggi? sotto zero. Pensare di dover tornare in ospedale due volte a settimana per un mese, pensare di sottopormi ad altri esami e ai possibili esiti mi fa stare male. Devo essere positiva comunque. Mio papà me lo diceva sempre quando avevo la febbre: daiiii che vuoi che sia….!
Sdrammatizzava. Lo ha fatto perfino su stesso poco prima che morisse. Io devo rubare un po’ della sua forza adesso. Sorrido ma ho paura. Diciamolo.
Anche la migliore delle guerriere prima o poi incontra un mostro sul suo percorso.
E niente…. sarà un settembre complicato.
intanto continuerò a rispondere ” sto bene”  a chiunque me lo chiedesse.

 

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01,24

Rientrata in città da poche ore dopo una settimana a Nullatown. Terapeutica. Silenzio, solo le cicale e gli ulivi. La montagna, il vento tra i rovi. Quel posto ultimamente mi ha donato nuova linfa, mi ha rasserenato, sarà il grande ulivo davanti casa con le sue radici enormi. Chissà da quanti anni resiste alle intemperie, eppure è così bello, così vigoroso e pieno di vita. Mi ispiro un po’ a lui. Ho guardato tramonti tuffarsi nel mare, ho visto aerei alzarsi in volo e perdersi tra le nuvole ho visto le stelle e gli animali, tanti, stranissimi. Sto arricchendo la mia collezione di insetti spaziali mai visti. Reset. Sono stati giorni tranquilli e forse non li vivevo da un po’. Ieri ero un po’ irrequieta, ci sono giorni in cui penso di più,  e infatti ieri sera mi ha scritto Gin. Abbiamo parlato fino all’una di notte, anche oltre… Era rientrato a casa da poco, passerà l’estate a Milano. Niente ferie quest’anno. Che beffa eh? L’anno scorso in cui c’ero io, quasi un mese al mare, poi le litigate, poi la rottura. E tutto il resto è storia. Invece ieri sera risate, battute, toni distesi, stessa elettricità nell’aria. Ha cominciato a tirare fuori una serie di episodi che abbiamo vissuto assieme. Uscite, dettagli. Ricordava tutto. Tutto. Mesi, luoghi, ore, abiti, parole. “Belli questi ricordi” mi ha detto. Già… Belli talmente belli che io dopo di lui non riesco più a innamorarmi di nessun’altro. Belli si. Quando il tempo scorreva troppo velocemente, quando il cuore batteva a mille, quando mi poggiava il viso tra i capelli e mi guardava. Cazzo, io quegli occhi non li so dimenticare.  La voce mi fa ancora tremare. Ieri sera mi parlava e mi sembrava musica, mi sembrava il suono più bello del mondo. Chiamatemi scema, ma il mondo si è fermato quel 30 agosto 2017. Quando era mio e io gli ho detto addio. Che poi non è mai stato addio. Tanto lo so. Lo so che se fossi lì adesso saremmo seduti ad un tavolo a tenerci la mano e a guardarci tipo due idioti. Ma lui dice che il cuore non c’entra. “Voglio vederti felice”. Ma quanto mi costa saperti felice, nel mondo con un’altra? Mi costa tutta me stessa forse. E quel tacito accordo “non mischiamoci il cuore ma strappiamoci la pelle”. Fino all’ultimo morso. Fino al dna, fino all’ultima particella di profumo di buono che ti porti addosso. Io ho sempre voluto Gin. Sempre. Non so se lo ha mai capito. Ma io mi farei l’Italia a piedi se sapessi che sta male. Lui è una maledizione. Non te lo levi più dalla testa, come quelle canzoni che ti tormentano notte e giorno. Brucia dentro, brucia tutto. Vorrei prenderlo a pugni sul petto per scaricare la rabbia e poi so che mi ci addormenterei sopra aggrappata come un orsetto.  Maledetta distanza.

Maledetto te. Ti voglio e non te lo posso neppure dire.

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fuoriposto

È che io oggi potrei sentirmi quasi bella. Pelle dorata, capelli ricci schiariti dal sole, viso disteso. E invece continuo a pensare di essere fuoriposto. Sono qui ma vorrei essere altrove e altrove non è mai comunque un poster felice. Non lo so perché ovunque non sia il posto giusto. Guardo gli aerei volare dalla terrazza di casa e penso che ne prenderei uno qualunque. Fuggire. Dove poi? Tanto l’unico posto nel mondo in cui vorrei essere è davanti a lui. Poterlo guardare, senza dire una parola, senza sfiorarlo. Guardarlo e perdermi. Non lo vedo da quasi 4 mesi. Sto impazzendo. Occhi dentro occhi. Mi cibo di questo ultimamente. È come se avessi bisogno di lui per ricaricare le pile… bastardo. È una magia, di quelle negative però. È come se io non sappia guarire. Non so perché l’unica medicina è il mio stesso veleno. Mi manca la sua voce. Mi manca il modo in cui scherziamo. Mi manca tutto questo oggi. Ma lui dov’è? Con chi è?

Che rumore fa la felicità?

non lo so. Ma il rombo del motore di un aereo oggi potrebbe somigliarci molto.

Resina

Ho trascorso qualche giorno di vacanza in Calabria, in un piccolo paesino disperso tra i campi, lontano dalla civiltà. Ho subito una volontaria e bucolica regressione. Campi, pecore, galline, campi, pecore galline. E’ stato rigenerante, niente rumori, niente wi fi, niente connessione internet, il telefono che non prende, tagliata fuori da tutto. Stand by. Passavo le mattine al mare coi miei amici tedeschi, al pomeriggio grandi aperitivi con salame e prosecco, di sera ancora vino, cibo e risate. E dormite. tante dormite. Non dormivo così da tempo. Ho proprio goduto. A parte la notte in cui mi sono ritrovata in camera una vespa gigante e uno scarabeo volante e lì ho temuto il peggio. Panico. Ho stordito gli insetti col deodorante (…. scusa wwf) ma alla fine sono usciti fuori. E’ stata una mini vacanza, ma sono stata bene. Mi ricorderò il mare sotto la pioggia, io unica persona in spiaggia a godere di quei momenti di tempesta e i tramonti. Certo mi manca essere svegliata dalle galline di zio Saverino, mi manca pure il saccottino bigusto del barman che ogni mattina mi regalava sorrisoni.  Mi sono nutrita di questo, gente genuina e aria buona. Indietro di 100 anni, quando ancora la civiltà era sana e non rincoglionita dai social. Mi ha fatto bene questa eclissi.  Ho sentito Gin un paio di volte, ma neanche più di tanto. Adesso è di nuovo sparito. Io a dire il vero non lo sto nemmeno più seguendo in sti giorni. Mi sono persa con tutte ste new entry….troppe donne…non riesco a vedere certe scenette. Lui in estate impazzisce, l’ormone non lo controlla più.  Quindi mi faccio i cavoli miei. La novità è che in quei giorni calabresi a me mancava il biologo. Sul serio. Pensa come sto messa. E’ che per quanto strano sia, cmq  mi sta dando serenità per ora e in qualche modo mi fa bene. Non ci siamo ancora rivisti, io domani riparto per nullatown e non so quando ci rivedremo. Però ho voglia di uscirci. Forse quei baci in sti giorni li ho visti sotto un’altra luce. Forse quel giorno piangevo perché ho detto addio a Gin. Non so se sia proprio un addio, ma qualcosa sta cambiando, in me, in lui.  Gin l’ho conosciuto proprio due anni fa. Ad agosto. Non è più andato via dai miei pensieri, mai. Non c’è un solo giorno in cui non mi svegli pensando a lui. Rimane qualcosa di incompleto, bello e proibito. Come quella resina che ti rimane incollata alla dita e non va più via, anche se la togli,  rimane un odore intenso ed è come se fosse sempre lì, sulle dita. Sulle mie dita. No, non gli ho detto addio. Non posso, non voglio. Non so che succederà nei prossimi giorni, ormai mi aspetto di tutto, so solo che le cose stanno prendendo una piega inaspettata.

 

Zanichelli secondo round

È stata una settimana pesante. Sono sparita un po’ da tutto. Avevo bisogno di stare un po’ da sola. Ho consegnato la traduzione, ho dato un altro esame. Ho preso 30. Non mi sono connessa sui social ho pensato a me e a raccogliere le idee. Qualche giorno fa ho rivisto zanichelli. Abbiamo trascorso una giornata al mare insieme fuori città. È stato anche abbastanza piacevole anche se tornava sempre sul discorso scienza ecc ecc… lui è stato molto carino, gentile, ad ogni modo io continuo a essere diffidente come un porcospino. Siamo passato da casa sua e lì, come temevo, ha cercato il contatto fisico. Ci siamo baciati. Ma io non riuscivo neppure a guardarlo negli occhi. Li serravo. Quasi a voler allontanare da me la realtà non riuscivo a sfiorarlo, non riuscivo a sentirmi coinvolta. Mi veniva da piangere. L’ho fatto per capire cosa provassi. Ho capito che chiodo schiaccia chiodo non va. Non funziona. E io sono un disastro perché me ne dovrei stare buona e lontano da tutto. Però qualcosa mi dice ancora di non fidarmi. Infatti oggi abbiamo litigato di brutto. Ieri è sparito di nuovo tutto il giorno. Ho mandato un msg alle 9 del mattino e mi ha risposto alle due di notte. Dicendo che era stata una giornata lunga. Peccato avesse pubblicato selfie su instagram per un giorno intero. Mi sono incazzata. Che se almeno mi devi raccontare le balle, che siano credibili… si è offeso. Non mi ha più risposto o scritto. E allora ci vedo lungo. Ma io non ho tempo per chi non ha tempo per me. Preferisco passare per rompipalle acida che per scema. Boh… i pazzi tutti a me. A proposito di pazzi. Gin sta con una e credo ci stia sotto davvero, esce pure con la comitiva sua, ovviamente non mi stupisco, anzi. Conferma la teoria delle due settimane. 15 giorni e le fa innamorare tutte. Io come sto? A terra, sotto un treno. Ma domani mattina parto. Credo che star via qualche giorno mi farà bene. Ho paura che Gin in vacanza mi tormenti. Perché lui è così. Spero di essere più forte io. Devo farcela.

Secondo giorno a Nullatown. Sono fuori in giardino, davanti a me la montagna, il bosco e una splendida luna, in sottofondo il rumore del mare e del vento, stasera fortissimo. Un po’ in tempesta come il mio umore. “Questo vento agita anche me”. Già, e nemmeno poco. Sto ascoltando gli oasis.

“I’ m tired of talking at my phone, so what’s the matter with you? ”

Stand by me, nobody knows the way it’s gonna be”.

Fosse così anche nella vita. Come nelle canzoni, chiedi di rimanere e rimangono.

È difficile ritrovarsi in questa matassa di pensieri. Tutto quello che so è che qui non si cava un ragno da un buco. O meglio a nullatown di ragni ne trovi anche tanti, brulica…ma poi che te ne fai di un ragno? Io stamattina invece ho rimediato un’altra figuraccia. Appena sveglia sono stata vittima di un altro agguato del vicino gnocco. Un incubo, o un sogno non so. Io per lui sarò stata un incubo. Mi ha beccato appena alzata dal letto, in pantaloncini e maglietta, magliettina, ina, ina. Con una scritta ridicola tra l’altro. Avevo gli occhi cerchiati di blu, i capelli arruffati e l’espressione scema. E lui qui nel terrazzino di casa tutto figo insieme al suo cane. Lo ha portato per farlo conoscere col mio. In realtà l’incontro tra cani è andato pure bene. Si sono annusati, ringhiati ma non azzannato. Direi che è un successo. Io però non posso svegliarmi ogni mattina con questa visione. Con lui che mi parla in milanese mostrando pettorali e tatuaggi. Io al mattino sono sensibile. Comunque è pure intelligente. Ovviamente è impegnato e lei credo mi detesti. Stamattina mi ha detto che mi avrebbe aiutato a gonfiare la piscina che ho comprato. Io non ce la posso fare…

per farla completa zanichelli si è finalmente deciso di invitarmi a uscire di nuovo. Mi ha proposto un’altra colazione. Colazione. Non un aperitivo, una cena, una colazione alle otto del mattino, in vespa. E io posso pure accettare ma se mi parla di mitocondri alle otto io mi addormento sul tavolo. Please, mercy. Ovviamente di Gin nessuna notizia. Mi consola sapere che tolti gli impegni di questa settimana tra 8 giorni andrò in Calabria da amici. Rivedrò le ragazze tedesche. Credo che ci divertiremo. Insomma se questa estate non mi invento qualcosa rischio di annoiarmi un pò.

Chissà chissà chissà

Go let it out…

La tela

Dicono che i luoghi immersi nella natura aiutino l’introspezione, io penso che nullatown ti faccia proprio venire le crisi esistenziali. Siepi e mare all’orizzonte. Mare all’orizzonte e siepi. Quelle siepi che dell’ultimo orizzonte il guardo escludono. Qui lontano da tutto pensi. Il silenzio ti fa ascoltare dentro. Oggi pomeriggio mi sono ritrovata a piangere. Mi è capitata davanti agli occhi una foto di Gin scattata poco dopo il lavoro. Ho pianto perché il suo viso non riuscirà mai a lasciarmi indifferente. Io quei tratti li ho amati, tutti, ogni curva, ogni spigolo. I solchi vicino il naso, le guance, le orecchie, gli occhi lunghi con quelle ciglia infinite. I suoi bronci. Il modo in cui abbassa lo sguardo e inclina un po’ la testa. E poi ti fissa dentro negli occhi. Lui ti oltrepassa.Lui ti arriva fin dentro la pancia in un posto di cui non conosco il nome, ma so che lì inferno e paradiso si mischiano in un coro. Mi manca. Mi manca molto. Il profumo della pelle, il tocco morbido delle sue dita, i morsi. Mi manca coccolamelo. Averlo addosso, poggiare la testa su quel petto enorme. Sentirne il battito. Mi mancano i silenzi e gli imbarazzi. Io non so amare nessuno. Mi fa star male sapere che non potrò averlo, ma giuro che ogni momento della mia giornata da due anni ormai è un continuo pensare a lui. Sapere che ha altre storie mi uccide ma non posso aspettarmi che non si faccia la sua vita. Qui a nullatown continuano a passarmi aerei sulla testa. Ne è appena decollato uno. Vorrei poterne prendere uno anche io e raggiungerlo. Tra un’ora sarei tra le sue braccia. E invece la distanza ci ha troncato le gambe. Non è mai iniziata a causa della distanza geografica. Ma io so che continua a pensarmi. Lo so. E se qualcuno dovesse mai torcergli un capello io mi farei l’Italia a piedi. Davvero. Sono caduta nella tela del ragno. Non so più uscirne.

Più in là

Scrivo dalla terrazza stasera. Il caldo di queste ore sembra essere solo un ricordo in questo momento. Tira un vento deciso, un po’ arrabbiato, all’orizzonte si vedono nuvoloni neri addossati, minacciosi, brontoloni. Davanti a me una falce di luna e a sinistra il mio puntino preferito, il più luminoso, Marte, lì a ricordarmi che poco più in là, ma proprio pochi anni luce più in là, esiste dell’altro. Un altro punto di vista. Mi piace pensare che qualcuno stia sporgendo le gambe adesso, proprio come me, chiedendosi cosa mai ci sia più in là. Intanto il vento soffia forte, più forte e un po’ mi perdo anche io. Nei ricordi. Al 16 luglio di qualche anno fa quando era ancora l’anniversario di matrimonio dei miei genitori e mio padre portava una torta per festeggiare, ricordandomi che tutti quegli anni di matrimonio a lui non erano pesati affatto, che erano volati. E per anni mi sono quasi chiesta se lui e mia madre si amassero ancora. Mi sono data una risposta quando l’ho visto morire. Quando vide entrare mia madre nella sua stanza dopo diversi giorni e la chiamò: “amore mio” con le lacrime agli occhi. Ecco. Si amavano. Anche con le loro liti e bagarre. Una vita fa. Una vita spensierata, quando ancora era degna di essere chiamata vita. E poi c’è il 16 luglio di un anno fa. Milano, un appartamento, corso Buenos Aires, la spesa veloce, delle fettuccine, dei gamberetti, io che preparo per Gin, lui che arriva a casa bellissimo e col suo solito profumo, con un vassoio di dolcetti in mano. Io che mi preoccupo che il sugo sia buono perché una siciliana deve saper cucinare bene. Ma lui mi manda nel pallone. E non gliene fregava niente dei gamberetti e delle fettuccine. Giocava con il mio collo, i miei capelli, con le bretelle dell’abito. “Ma tu sei uscita vestita così?”. “Si”. Mi sorride. Un pasto consumato velocemente, una scena quotidiana, per me un momento speciale. E poi il dolce, e poi il caffè e poi non ricordo molto altro perché mi stava guardando. E io avevo tutto. Al diavolo il mondo. E poi ci siamo salutati perché il giorno dopo io sarei partita per Amsterdam. Ci vediamo al mio ritorno Gin. Ma non è andata così. Ho dovuto aspettare rancori, lacrime, veleni e molti inferni prima di poterlo riguardare negli occhi. Mesi. Gin è un viaggio all’inferno. Ci siamo sentiti in questi giorni. E lui sa come farti bruciare. Gli voglio ancora bene. Forse gliene vorrò sempre. E mi manca anche. A volte lotto col mio istinto che mi farebbe prendere l’aereo e raggiungerlo. Ma non lo farò. No. Non è il caso e non è il momento. Rimane il fatto che due chiacchiere con lui cancellano via un mese di tristezze. Ha un potere strano su di me. Mi maledico per averlo conosciuto. Mi maledico più o meno tutti i giorni. Lui rimarrà sempre quello che avrei voluto accanto. Quello che non avrò mai. Perché lui è imprendibile. E si… devo guardare più in là… ma più in là io vedo sempre lui. Bel guaio.

Zanichelli

Questa mattina dopo circa un mese e mezzo di tentativi ho incontrato mr biologist, il biologo. La settimana scorsa avevamo semi discusso perché si trovava nel locale proprio accanto al mio, e pur sapendolo, non mi aveva avvisato o salutato.  Abbiamo fatto colazione assieme, un cappuccino e un cornetto con la marmellata. A prima impressione è carino, ha un bel fisico, è malato di fitness e si vede che è fissato con la forma fisica. Dopo il primo imbarazzo abbiamo cominciato a parlare. E parlare, e parlare, e parlare. Di scienza. Di mitocondri, della clonazione della pecora Dolly (l’intero processo passo passo) , degli esperimenti tra gemelli, di entropia, di Asimov, di epigenetica, di come si prepara un gel (passo passo) di antiossidanti, di fenil qualcosa, di cellule, di uno scienziato morto che sulla lapide riporta una formula scientifica e non il nome e di tanta tanta tanta altra scienza. Non è stata una colazione, è stato un convegno scientifico e chimico. Mi mancava il blocco di appunti. Quando cambiavo argomento e cercavo di andare sul personale, tornava sempre alla scienza. Non mi ha posto una domanda. In pratica non so niente di lui, ma ho un bagaglio culturale sulle api, i fuchi, l’impollinazione, lo sterminio delle uova, le api operaie ecc ecc da poter fare invidia al mondo di quark. Forse è molto insicuro e punta su argomenti su cui pensa di poter eccellere, il problema è che io e la chimica e derivati abbiamo litigato tanti anni fa. Mi parlasse di Hubble, pianeti, stelle e cose del genere potrei ascoltarlo per ore, ma di Dolly che aveva l’artrite perché clonata da cellula difettosa io penso che posso pure impiccarmi. Si ok, bello…10 minuti. Poi stop. In compenso gli ho suggerito di mettere su booking la sua casa vacanze che non ha visibilità, ( grazie al c…) e mi sta ringraziando da stamattina. Insomma non è biologo, è zanichelli,  è come uscire con l’enciclopedia delle scienze e sfogliarla. Ora è pure tenero, mi sento una merda. Mi sta mandando cuoricini e bacini ecc. Credo di essergli piaciuta, ma io mi darei le testate contro il muro. Non gli nego una seconda possibilità. Però sinceramente, io lo so in cuore mio che è un no. Io non posso. Non sono pronta forse. Forse cerco scuse per allontanarlo da me. Io non sono guarita. E allora lascio che le cose vadano da se. Però la prossima volta spero cambi volume. Magari apriamo quello di letteratura, ecco magari posso interagire anche io…