Iktsuarpok

Iktsuarpok. E’ una parola Inuit che descrive quella sensazione di attesa che si prova quando si aspetta qualcuno e ci si affaccia continuamente alla finestra o alla porta in vista del suo arrivo. Forse è un po’ così che mi sento in questi giorni. In attesa. Di qualcosa o qualcuno che mi porti via. Via da qui. Da un mondo che mi va stretto, che non mi appartiene.
Sono giorni strani questi. Indecifrabili per me e anche surreali. Prendere le redini della famiglia dopo la morte di mio zio, provvedere a tutti i bisogni fisici, materiali e psicologici di chi mi sta attorno grava molto sulla mia serenità. Ho un carico di responsabilità non indifferente e giorno dopo giorno è come se un boa mi si stringesse sempre più il collo. Ci sto provando a fare del mio meglio ma non è sempre facile.
Mi sento sola in questa battaglia. Sono l’unica a conservare ancora,  (anche se malconcio nella sua veste) un po’ d’amore per questa vita. Mia madre si spegne giorno dopo giorno, mio fratello ha paura del mondo. Io lotto invece. Lotto ogni giorno in cerca di una fiammella. Tepore.  Mi entusiasmo ancora per la fioritura improvvisa della rosa, per il sole al mio risveglio, per quella canzone inaspettata alla radio.
Ho fatto bene quest’ anno. A lavoro intendo. Sono stata riconfermata per il prossimo anno. Ho perfino delle ore in più. Ho trovato molta pace lì dentro. Lì è il posto per non pensare. Lì mi dedico solo ai miei bimbi. E Nonostante le perplessità iniziali per aver accettato un incarico in una scuola cattolica in mezzo ai bambini,  ho scoperto che quello è il posto giusto.
Ho tribolato per i saggi di fine anno. Ho gioito, ho pianto di commozione nel salutare la quinta classe,  mi sono preoccupata, ho allacciato le loro scarpe e asciugato le loro lacrime. Ho visto le suore ballare e scatenarsi, le ho pure viste bere birra e divertirsi. Ho vissuto vita vera.
Adesso sono ufficialmente in vacanza, ho del tempo per me, ho del tempo per pensare a tutto quello che fa male.
Ho trascorso una notte insonne pensando al passato. Ogni tanto penso a Fritz. Mi chiedo come stia. Ho pensato alla mia infanzia. Spensierata. Ho pensato che tra pochi giorni avrò un anno in più e forse sto buttando via giorni preziosi pensando poco a me stessa. Ho pensato che non voglio più sentire Napoli. Non voglio provare quella sensazione che conosco troppo bene ormai. “sentirsi di troppo”. Aspettare un sms che non arriva. Attendere. qualcuno che entri da quella porta.. Non sentirsi mai abbastanza. Mai all’altezza.
No. Non voglio stare ancora male. Non le voglio le briciole. Non mi interessano, Non me le merito.
allora me ne sto qui, alla finestra, in attesa di passi…in attesa di suole consumate dai sassi di chi ha  percorso quel sentiero impervio che conduce infine e inevitabilmente a me soltanto.

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